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Quel che ci mostra il film di Dito Montiel è che nascere è un’azione che continua nel tempo. A giudicare dal pianto disperato dei neonati già dall’inizio è un’operazione faticosa, dolorosa e complicata. Un neonato non capisce la fame d’aria e di cibo che sente, ma si fida di quel che sente e grida con tutto il fiato che ha in corpo.

Poi la vita si evolve, la cultura le esperienze gli affetti le elaborazioni personali… e la fiducia che riconosciamo a quel pianto dentro di noi tende a diminuire. Certe volte quel pianto sembra scomparire del tutto. Ma non è vero, non scompare mai, continua anche se lo lasciamo inascoltato. La protesta per riuscire a nascere, a venire al mondo per quello che siamo continua fino all’ultimo respiro, quando vorremo poter morire così come saremo. Quel pianto dice una verità che precede ogni altra cosa della vita: nasciamo fragili, moriamo fragili. I nostri stati inziali e finali sono due stati arresi.

Ma in mezzo c’è l’esperienza di questa vita. Dopo essere venuti al mondo con il corpo è la nostra identità a dover fiorire. Il corpo serve a contenerla, a darle struttura. È giusto portare i bambini dai pediatri ma sarebbe importante occuparsi anche della loro specifica identità che deve venire al mondo.

Si può arrivare a 60 anni come Nolan, ma anche a molto di più, senza essersi occupati di quel bambino che grida dentro di noi. Possiamo non volere figli ma genitori di noi stessi lo dobbiamo diventare da subito. La misura del nostro amore per noi stessi è l’amore per quel bambino che piange. Sono le battaglie che siamo disposti a fare per lui. Veniamo catapultati in un mondo con un sistema di valori e di giudizio assolutamente distorti. Per fare solo un esempio primario: un bambino sano ciuccia la tetta finché è sazio, poi normalmente crolla addormentato. E si prepara a entrare in un mondo in cui si spende troppo per mangiare troppo e si spende ancora di più per dimagrire dal troppo che si è mangiato.

Gli ci vorranno delle dure battaglie per continuare a cibarsi di quello di cui ha fame davvero, per farlo nei tempi e nella misura che fanno per lui, per essere se stesso senza paura del giudizio del mondo. Il cibo diventa i libri, i film, la cultura, le idee, il lavoro, il vestito, la macchina, la casa, l’amore…. Questo bambino deve essere difeso dall’adulto che gli cresce accanto, dentro di noi. Ma è il bambino che conosce la verità. È il bambino che ha l’intuizione e che sente nella pancia quando è sì e quando è no.

Il bambino dentro di noi non smette di piangere e di soffrire, ma facilmente smette di gridare. La verità semplice di noi stessi sta là, con una pazienza infinita, con una speranza infinita. Attende che la nostra paura di accoglierla diminuisca, che i nostri filtri di ogni genere e tipo mollino la presa della coscienza e che la pretesa di diventare quel che volevamo essere lasci lo spazio all’accoglienza per quel che veramente siamo.

La verità esiste solo se viene comunicata nel tempo giusto. Nel luogo giusto. Nel modo giusto. Allineare queste tre situazioni, Nolan insegna, può richiedere 60 anni e anche di più. La cosa che mi commuove del film di Montiel è la tenerezza con cui Nolan accoglie questo se stesso tenuto in sala d’aspetto per tutti questi anni. Dispiace, ma nessun rimpianto: per aprire la porta bisogna essere pronti e non è in nostro potere decidere quando questo avverrà.

Se nessun genitore lo ha fatto, se nessun educatore ha potuto sopperire a questo buco, siamo noi che a una certa età dobbiamo avere la forza di questa carezza a noi stessi, di un abbraccio forte, che ci infonda coraggio. È in nome di quel bambino che sorge un adulto. In sua difesa e per suo amore. Quando sentiamo questa forza, questo rispetto per la fragilità di noi stessi, finalmente siamo adulti. E per quanto tardi possa avvenire nella nostra vita, l’energia che si sprigiona da un parto è radiosa e potente e si riverbera su tutto quello che c’è intorno.

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