“Educazione sentimentale. Questa era mancata a loro due, alla loro generazione forse e a quella precedente e anche a quella successiva. Chiamare le emozioni con il loro nome, guardarle, sentirne la consistenza. Il dolore, la rabbia, il desiderio, l’amore, lo stupore, la meraviglia, la tristezza, lo sconforto. Parole vuote, che si confondono.

    Incomprensibili reazioni, se uno muore si deve piangere. Se uno nasce si deve gioire. Se provo fastidio devo eliminare la causa. Se mi annoio devo trovare immediatamente qualcosa da fare. E se la  rabbia si impossessa di me devo reprimerla, se provo rancore devo perdonare. Se non mi eccito più abbandonare. Cacciare via le emozioni che non vanno, cancellare quelle che non sta bene provare, limitare, arginare, soffocare, annullare, azzerare.

    E soprattutto non si sa niente di come coltivarle, mantenerle, stimolarle. Non si sospetta neppure che vadano accolte, anche le peggiori, anche le migliori, come una benedizione. Perché senza sarebbe la morte.”

    Cara Elisabetta, ho passato l’estate con la tua storia. Tra un pannolino e un ghiacciolo, nella fabbrica quotidiana di una famiglia con due bimbi al mare, c’era anche Dolores Vergani, la tua detective. Che bella la tua voglia di raccontare. Uno si sente accompagnato da te, mai dimenticato, nei meandri dell’orrore. Sai toccare il male con una punta folgorante di umanità: ti fai sentire vicina vicina intanto che uno ti legge. Sai stare dentro ciò che racconti e non al di sopra o al di fuori. Questo secondo me significa voler scrivere, non voler semplicemente essere degli autori.

    Di altri aspetti come sai parleremo. Ma voglio condividere con tutti questa storia così milanese nei modi e così universale nei temi. Grazie di questo viaggio. 

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