3. PERIODO DELLA PERSONIFICAZIONE

 

    “(…) Il terzo periodo,  quello della personificazione, è simile alla nascita e alla crescita di una giovane coscienza. Adesso hanno preso forma i desideri, i compiti, le aspirazioni e si può quindi passare alla loro attuazione; è indispensabile agire non solo interiormente, spiritualmente, ma anche esteriormente, cioè parlando, agendo per trasmettere, con parole o movimenti, i pensieri e i sentimenti, oppure per portare a compimento quei compiti esteriori meramente fisici, quali il camminare, spostare degli oggetti, bere, mangiare, scrivere, ricambiare i saluti che ci permettono di raggiungere, successivamente, compiti più complessi.
(…)
    Non vanno mai sottoposti alla natura compiti irrealizzabili, come trasformarsi in un’altra persona: così facendo la si pone in una situazione senza via d’uscita. Di fronte a una coercizione, essa si arresta e ricorre a clichés e recitazione meccanica. L’attore, una volta su palcoscenico, rimane sempre e unicamente se stesso, e agisce in prima persona.” 

      

 In questa terza fase secondo Stanislavkij comincia la vita attiva. Agire. Compiere azioni al fine di capire, di entrare in contatto. Nulla ci è più utile per comprendere la vita dell’altro che provarla sulla nostra pelle almeno per un giorno. Non sapere cosa fa l’altro, ma conoscere cosa significhi farlo. Per questo la prima indicazione è: non chiedere a te stesso cose impossibili, non puoi essere che te stesso, è inutile fingere di immedesimarsi. Ma puoi cominciare da piccole azioni concrete una relazione con il personaggio (con l’altra persona) che si farà sempre più stretto.

    Metodo, umiltà, cammino meticoloso verso un risultato che poi, se le cose andranno bene, potrà essere anche illuminato dal talento.

    Provare – l’azione – dell’altro – su – di – noi….

 

 

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