Alla fine è un punto che devi affrontare. Quello dello scacco, del limite di quello che fai e di quello che insegni. Guidare la macchina significa anche sapere che non può navigare, o volare, o immergersi in acque profonde. Così, lavorando sulla narrazione, alla fine arrivi anche a toccare quel che non puoi raccontare. O meglio a definire il confine della lotta.

      Vale la pena di prendere coscienza del fatto che non tutto è comunicabile.  Che la solitudine che sentiamo non è dovuta sempre a depressione: a volte è una lucida presa di coscienza del limite oltre il quale inizia il non detto che resterà non detto. Ho scelto un esempio semplice per parlare di questo ai ragazzi. Mai capitato di parlare per minuti e minuti del tuo malessere di fronte a qualcuno e renderti conto che non capisce ? Oppure il contrario: ascoltare per ore e sentirsi dire che non capiamo. Non c’è niente da fare. E’ che le parole sono necessarie ma non sufficienti. E che il quid che manca è assolutamente volatile. Si sente molto parlare della comunicazione non verbale, ma già il fatto che la si definisca in negativo ci dice di quanto poco ne sappiamo.

        Il fatto è che come mangiamo solo ciò che è commestibile e a misura di bocca, come tagliamo una bistecca a pezzetti se vogliamo masticarla deglutirla e digerirla, così facciamo con i processi culturali e relazionali. Le parole dell’altro vengono ricondotte alla nostra dimensione di accettabilità prima di essere ingerite. La parola dolore, ad esempio, viene ricondotta alla nostra percezione del dolore, a ciò che noi conosciamo al riguardo, all’esperienza che ne abbiamo fatto. La parola è la medesima ma i risuonatori che muove dentro di noi sono i più diversi e lontani.

        Ecco, per quei risuonatori non esistono parole. Non dolore ma che significa per noi dolore, questo è il punto. E qui la comunicazione diventa un atto di speranza, un salto verso l’ignoto meraviglioso dell’altro. Il tuo messaggio in bottiglia cammina sul filo sospeso tra le case senza rete sotto. Quella parte di te che aspetta trepidante l’incontro con l’altro, l’intesa, la comprensione profonda, è tutta lì, esposta al buio e alle intemperie. Cammina e rischia. Ma bisogna continuare a farla camminare. Parlare e ascoltare è un faticoso lavoro di approssimazione progressiva. Sappiamo che l’esito è spesso il fallimento. Ma si tratta del più luminoso fallimento di cui sia capace l’uomo.

       Sabato mi sono ritrovato in una riunione lunghissima. Abbiamo lavorato su un problema di sceneggiatura dalle 4 e mezza del pomeriggio alle due meno dieci del mattino. Ci hanno portato da mangiare in loco così che potessimo non fermarci. E il problema qual era ? Non so se mi spiego, non so come dire, non so se mi capisci, non so se sai com’è quando, ma non ti è mai capitato di.  Risuonatori che si fasano con fatica, continuamente. Ieri mattina tornando in autostrada verso casa, mi è venuta in mente una delle più belle definizioni di linguaggio che io abbia studiato. Il linguaggio è il pollice opponibile di cui si serve la mente per prendere la vita. Bellissimo. Il problema è prendere la vita…

       

 

      

 

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