“Diceva che il nostro vero desiderio, nei più profondi recessi del nostro cuore, è distruggere tutte le foreste, le case bianche, i ponti coperti, le ville signorili, i giardini di azalee, i grandi fienili rossi, le case coloniali, le chiatte per il trasporto fluviale, i villaggi dei cacciatori di balene, le segherie, i mulini, i palazzi d’anteguerra, le capanne di legno, le belle chiesette antiche e i depositi ferroviari.

    Tutti noi, in segreto, siamo totalmente a favore di questa distruzione, perfino gli ambientalisti, perfino quegli individui battaglieri che di professione vanno a picchettare gli edifici storici destinati alla demolizione. E’ questo che siamo. Linee dritte e angoli retti. Ammetterai anche tu che nell’intimo proviamo un brivido di fronte a qualcosa di bello che va in fiamme.

    Il nostro desiderio è di ricacciare le cose belle e antiche nell’oblio, per sostituirle con strutture identiche ma insapori. Scatole di cellule tumorali. Stanze grige e ordinate in cui meditare e leggere gli annunci pubblicitari. Prova a immaginare gli straordinari motel di prateria che saremmo capaci di costruire se solo cedessimo completamente ai demoni della nostra vera natura; immagina le automobili che ci porterebbero da un motel all’altro, i macchinari monolitici alti come palazzi di cinquanta piani che costruiremmo per eliminare le vittime degli incidenti d’auto senza il fastidio dei funerali, senza sprechi per lapidi e sepolcri.

    Diamo mano libera alla polizia. Autorizziamo i folli governanti della nazione a distruggere chiunque vogliano. Questo è ciò che vogliamo veramente. (…) Di venire finalmente a patti con l’ira fasulla che tanto spesso mostriamo di fronte al proliferare della sterilità e della violenza nella nostra cultura. Uccidiamo le vecchie case di campagna e le stazioni ferroviarie barocche. Uccidiamo le casette di provincia marce e puzzolenti. Facciamo saltare in aria il ponte di Brooklin. Facciamo saltare in aria Nantucket. Facciamo saltare in aria la Blue Ridge  Parkway. Rendiamoci finalmente conto che viviamo nella Megamerica. Luci al neon, fibra di vetro, plexiglass, poliuretano, mylar, resine acriliche.”

 

    …era il 1971. Questo è il romanzo d’esordio di Don De Lillo. Lo sto finendo e ne sono profondamente colpito. Trent’anni fa moltissime cose erano già chiare per lui. Mi rimane dentro “l’ira fasulla che tanto spesso mostriamo di fronte al proliferare della sterilità e della violenza nella nostra cultura”.  Se una storia è ben raccontata, è molto più vera di un libro di storia.

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