La strada che non c’è – Il difficile rapporto con i nostri errori

La strada che non c’è è spesso quella in cui diamo per scontato di trovarci. Quella sbagliata, che assomma in sé tutti i nostri errori. Può capitarci di pensarlo, magari in un momento oscuro, sinistro, difficile del nostro percorso: abbiamo sbagliato vita, lavoro, matrimonio.

E ce lo domandiamo. Perché abbiamo imboccato la strada che oggi ci sembra così sbagliata?

Quando esci da certi tunnel è inutile che qualcuno ti dica che tutto serve. A cosa serve essere una moglie maltrattata e picchiata? A cosa portano un’esperienza di tossicodipendenza o dieci anni di un lavoro alienante? Se c’è una cosa che non siamo disposti a sentirci dire è che qualcosa avremo pur imparato.

Non so perché sia tanto in voga il fatto di imparare qualcosa dalla vita ogni giorno. Ci sono tempi nei quali non abbiamo nessuna voglia di imparare né tantomeno di avere di fronte uno che si fa carico di insegnarcelo. Impostato così, è un discorso che non funziona. Eppure è quasi sempre impostato così.

Esistono infiniti altri modi di vedere la questione. Uno dei tanti è provare a raccontare a noi stessi una storia. La storia di noi in quel momento, quando abbiamo compiuto la scelta sbagliata. La bellissima storia di noi che scegliamo la strada sbagliata. Bellissima perché vera e vissuta, quindi sentita da dentro. Agìta passo per passo sulla pelle e non valutata alla distanza degli anni.

Quando giudichiamo le scelte passate come sbagliate, le valutiamo in base ai risultati che vediamo oggi. È una cosa di tale evidenza che è difficilissimo cambiare ottica, è completamente contro-intuitivo. È semplice: sono in carcere perché ho commesso degli errori. Non sembra che ci siano altri modi ragionevoli e possibili di leggere la questione. Proprio in questa evidenza possiamo sentire una sottile violenza. Perché l’evidenza è sempre evidente dal punto di vista di qualcuno. Non è un’oggettività, ma una soggettiva valutazione di oggettività. E quindi, alla fine, l’evidenza è soggettiva.

Dunque, supponiamo che io mi trovi in carcere. E una connessione logica e consequenziale mi riporta a ritroso al delitto commesso. Se non lo avessi commesso oggi sarei un uomo libero. Per questo ci penso e torno a quel momento in cui ho compiuto la famosa scelta sbagliata. Ma se voglio capire qualcosa del percorso, quando ci torno non devo farlo da qui, dalla consapevolezza del dopo, perché in quel momento questa consapevolezza non c’era. Questa consapevolezza è cosa buona, oggi vedo le cose in un modo diverso e non tornerei indietro. Ma la via per arrivare a questa consapevolezza bisognava percorrerla.

La via che si fa passo passo non ci colloca mai in un punto astratto, libero, intonso e illibato. La vita si fa da dentro, è un movimento sporco pieno di attrito e di contatto, è convulsa e accidentata. Non esistono percorsi netti e in ogni caso non li auguro a nessuno. Per capire il momento del mio crimine, devo tornare non a quel momento ma in quel momento, dentro a quel momento. Solo da dentro posso sentire se il delitto fosse davvero la miglior scelta possibile per me.

E so di destare diverse perplessità dicendolo, ma la risposta è sempre sì. Anche se sapevo di far male, qualcosa dentro di me è stata più forte della mia convinzione. È l’esperienza del vivere: avere delle convinzioni e non riuscire a seguirle. È umano, vero, bellissimo. È il nostro compiere passi uno alla volta. Sapevo perfettamente di sbagliare ma sentivo la pressione insostenibile della rabbia. Ho colpito perché non riuscivo a non farlo. Ho pianificato freddamente perché la mia mente si era arrotolata intorno a un pensiero di vendetta che mi ha risucchiato le forze per mesi o per anni. Che forza vuoi che abbia in me la convinzione che colpire sia sbagliato a fronte della rabbia per il male subito?

Il vero momento sbagliato non è quello del crimine ma quello della sua rivisitazione alterata dal falso piano del giudizio. Il crimine è crimine e in quanto tale nefasto. Su questo non possiamo avere dubbi. Ma il mio averlo compiuto appartiene a un altro ordine di ragionamento: era per me inevitabile passare da quel punto del mio percorso. Non c’era modo che io lo evitassi data la traiettoria che aveva la mia vita, dato il contesto, data la cultura, il corpo, il giorno e l’ora in cui ho agito. Ero lì con tutto addosso, non seduto a riflettere da lontano.

Qualunque cosa facciamo è il meglio di noi, altrimenti ne avremmo fatta un’altra. Il meglio non è solo quello che riconosci come meglio, ma anche quello che sei in grado di sopportare e di fare fisicamente ed emotivamente. Quando ci rendiamo conto di sbagliare ma non riusciamo a non farlo, quello è di fatto il meglio di noi. Certe volte il meglio di noi è un vero disastro. Certe volte è una tragedia. Ma è il meglio di noi.

La strada che non c’è è quella dei nostri errori. Che non ci sono, perché sono passi e i passi servono al cammino. Non si parla di colpe, ma di insufficienze, di inconsapevolezze, di piccolezza umana. Se guardiamo a noi stessi possiamo deporre le armi del giudizio – esercizio facile e postumo e che tra l’altro viene esercitato da un io che si tiene stretti gli eventuali vantaggi del crimine commesso – e abbracciare la comprensione umana. La verità di noi stessi. Che doveva – doveva – passare per tutti i punti da cui è passata.

So che questo discorso solleva una marea di paure: E allora? Giustificheremo tutto?

No. Non giustificheremo niente. Ameremo tutti, se potremo.

E i più difficili da amare saremo proprio noi.

Era: La strada che non c’è – Il difficile rapporto con i nostri errori. Di Giovanni Covini

5 risposte

  1. Tempo fa hai commentato una cosa da me scritta così: la ruota davanti dà la direzione, quella dietro la spinta x andare avanti…la tua foto e il tuo bellissimo scritto lì commento usando tue parole! Sempre grazie di esistere! M

  2. Grazie Giovanni, hai proprio ragione: spesso giudichiamo il nostro passato con il senno di poi, divenendo impietosi, moralisti e antistorici verso noi stessi e verso gli altri. Mi viene poi in mente quanto accettare e voler bene al proprio passato dipenda dal proprio presente. Come diceva Romano Guardini: nell’esperienza di un grande amore tutto diventa avvenimento nel suo ambito; il problema è quando quell’amore non c’è, e allora tutto, compreso il percorso che mi ha portato qui, è avvertito come maledizione.
    Grazie di cuore.

    Alessandro

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