Spoiler

La nostra fame di storie è insaziabile. Nel giro di pochi anni le abbiamo viste decuplicarsi grazie alle piattaforme di streaming. È il regno dell’Entertainment. Ed è quello che pensiamo: dopo una giornata di lavoro stressante, buttarsi sul divano a seguire una serie tv è il miglior viatico verso il sonno. Un momento in cui qualcuno si occupa di divertirci, distrarci, rilassarci.

Pur scorrendo su questi binari, il diluvio delle storie che ci vengono raccontate ha anche strade meno evidenti dentro di noi. La foga con cui prendiamo il telecomando e ci scofaniamo ore di trame personaggi e battute è direttamente proporzionale al terrore dello spoiler. È negli ultimi anni che le serie tv sono esplose e che lo spoiler è stato socialmente equiparato a un reato.

Il punto è la fine della storia, alla ricerca della quale ci mettiamo fin dalla prima puntata. Se seguiamo la logica dell’Entertainment, detestiamo lo spoiler perché il finale è una sorpresa e se me lo sveli che sorpresa è. Da altri punti di vista lo spoiler smonta qualcosa di più profondo, che a mio avviso determina il successo delle serie tv ma ci dice anche qualcosa di noi.

La storia ha una fine perché tutti i corsi di eventi ce l’hanno. Secondo le teorie americane dominanti, questa fine dev’essere assolutamente logica e assolutamente spiazzante. Nel finale ideale dovrei fare un salto sulla sedia e al tempo stesso dire: come ho fatto a non pensarci?

Premesso che con un’idea di finale così non mi sento a mio agio, è innegabile che il meccanismo funzioni. Il finale gronda delle aspettative del pubblico e tutte queste aspettative sono isomorfe rispetto a quelle che abbiamo nella nostra vita. Anche della nostra vita, infatti, vogliamo conoscere il senso. Vogliamo sapere se oltre alla fine ci sarà un fine. E sappiamo perfettamente che questa risposta spetta solo a noi. Che solo dentro di noi troveremo o non troveremo la risonanza di uno scopo, di una messa in fila di scelte che tendono a un punto, a un obiettivo, a un compimento. Ed è normale, perché la vita per noi è la nostra vita. Il punto non è come va a finire ma l’esserci arrivati crescendo.

È vero che lo spoiler ti toglie il gusto della fine, ma il danno più serio lo fa sul percorso, che smette di essere la tua avventura e la tua ricerca. Ti toglie la libertà di capire nel momento esatto in cui tu saresti stato pronto a capire. Con lo spoiler, lo scopo della storia non può più emergere come una necessità sentita al culmine di un percorso, come quando nella vita diciamo a noi stessi: ecco cosa sono, ecco cosa voglio, ecco chi amo. Lo spoiler toglie il dubbio da ogni passaggio della storia, mentre nella vita non sappiamo mai dove porteranno esattamente le nostre scelte. Passo per passo l’esperienza del vivere si approfondisce e si compie ed è proprio questo attraversare da dentro che rende la vita intensa e degna di essere raccontata.

Inoltre, il finale svelato prima del tempo ci toglie la possibilità e la libertà di non capire. E invece la vita questa possibilità ce la lascia sempre. Anche di fronte alla morte possiamo non capire. Perché non sappiamo o non possiamo o non vogliamo. A volte decidere di non capire ci salva dall’affrontare questioni che in quel momento non avremmo la forza di sostenere. Perciò bisogna fare attenzione a “spiegare la vita” agli altri, anche e soprattutto quando ci sembra di aver ragione.

Lo spoiler ci toglie la possibilità di sperare. Sia nel caso di finale positivo – perché non ci sarebbe più niente da sperare – sia nel caso di finale negativo – perché non avrebbe più senso farlo. Invece la speranza è un elemento fondamentale del vivere, soprattutto perché ci aiuta a delineare la realtà. Da un lato le speranze infondate e surreali sono in realtà dei deliri, dall’altro le grandi imprese degli eroi esistono e ci interrogano sulla nostra capacità di vedere varchi nel nostro futuro.

Tutto il nostro odio per lo spoiler ci dice quanto teniamo a che le cose abbiano un senso. Quanto teniamo a scoprire da noi stessi il nostro. Quanto gelosi siamo di ogni step di avvicinamento e percorso verso la comprensione, o verso un obiettivo. Passo per passo, domanda per domanda, ostacolo dopo ostacolo, amiamo le storie perché ci fanno sentire che non siamo soli quando ci chiediamo: dove andrà a finire la strada?

3 risposte

  1. I bambini piccoli amano sentirsi raccontare sempre la stessa storia: perché? Altro che spoiler! Se il narratore cambia qualcosa protestano: ma nooo, non è così! Io penso che dipenda, almeno in parte, dal fatto che la loro storia è breve, non sono in grado di immaginare un futuro e le incognite che lo accompagnano. C’è anche un altro motivo: la storia è quella, il personaggio amato avrà quella sorte, non accadrà nulla di imprevisto ,”posso stare tranquillo”. Crescendo le cose cambiano e molto dipende da come ci hanno raccontato le storie, quali storie…le storie sono importanti!

    1. Le storie che i bambini chiedono ogni sera sono rapsodiche. Hanno lo stesso scopo dei Canti omerici. Il rito. Non costituiscono un’esperienza inedita, pericolosa, aperta al nuovo dentro e fuori di noi. Sono confermative e nascono per scandire i tempi della vita, saldare le relazioni costituite, confermare le tradizioni. Sono proprio cose diverse. Dalle storie ci aspettiamo viaggi, non possono muoversi nello stesso modo.

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