“(…) Ma la realtà può essere interpretata in modi diversi. Il modo più comune è quello di adattarsi al senso comune, cioè al modo di intendere la realtà – cose che possono o non possono accadere, tipi di personaggi, trame plausibili e così via – che riteniamo sia ovvio entro le cerchie sociali a cui apparteniamo. La maggior parte dei racconti che facciamo usualmente nella quotidianità sono di questo tipo. E’ vero che, se raccontiamo qualcosa, è di solito perché vi è qualche cosa di nuovo, o quanto meno di ignorato dall’interlocutore. Dopo tutto, di quello che l’altro già sa non si parla. Ma in gran parte i racconti che ci facciamo quotidianamente sono il modo con cui ogni novità è ricondotta nell’alveo della familiarità.

Poiché il senso comune è una costruzione sociale (mentre sembra essere “dato”, in verità siamo noi stessi a riprodurlo costantemente uniformandoci a quelli che pensiamo debbano essere i suoi contenuti), gran parte dei racconti quotidiani sono esattamente il modo in cui questa costruzione viene realizzata: un continuo tessere e ritessere i contorni della realtà accordandoci con gli altri sulle versioni plausibili, riconducendo ogni cosa a tipi di accadimenti, di personaggi e di trame sulla cui interpretazione pensiamo non vi sia alcun problema.

Ma il senso comune è una costruzione strana. Come scriveva Alfred Schutz, corrisponde alla sospensione del dubbio che le cose possano stare altrimenti da come è ovvio pensare che stiano. L’esistenza umana però è costitutivamente dubbiosa, sia per la precarietà di ogni nostro padroneggiamento della realtà, sia per l’infinito a cui si rapporta. Tale infinità è innanzitutto l’infinità dei significati che il mondo e la vita possono assumere. La vertigine dell’infinito – il sospetto cioè di una radicale indeterminatezza dell’esistenza, di un suo eccesso costitutivo rispetto alla nostra capacità di attribuirvi significato – è ciò che il senso comune è chiamato a fugare.

Stabile in apparenza, il quotidiano cela così in sé un dinamismo: il suo elemento motore è il ricorrente addomesticamento del mondo, il desiderio di rimuoverne tutto ciò che è inquietante, cui si accompagna l’altrettanto ricorrente tendenza a nascondere il processo di addomesticamento in se stesso, in modo che quello che è in fondo un lavoro di occultamento e di rimozione dell’ambiguità delle cose appare alla fine come semplice adattamento alle cose “come stanno”. Un adattamento che, in breve, può essere descritto come un processo di de-problematizzazione dell’esperienza. Il vissuto è padroneggiato, sì, ma ne è espunto ogni elemento di problematicità.”

Ragazzi… ma quanto bravo è?

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