(…) Ma ora è accaduto qualcosa di nuovo: il termine “identità” viene evocato in contesti nuovi, quelli delle società glocalizzate ed interculturali del nuovo millennio in cui l'”identità” viene strettamente connessa alla “cultura”. “Le richieste dei vari gruppi impegnati nel difendere questo o quell’aspetto della loro diversità culturale sono diventate rivendicazioni nella sfera pubblica delle democrazie capitaliste e promuovono battaglie per il riconoscimento. “Cultura” è diventato sinonimo di “identità”, un marcatore e un differenziatore di identità.

Naturalmente la cultura è sempre stata un marcatore nella distinzione sociale. Quello che c’è di nuovo è che i gruppi che si formano ora intorno a questi marcatori di identità chiedono allo stato e alle sue agenzie riconoscimento legale e assegnazione di risorse per preservare e proteggere le loro specificità culturali. Le politiche dell’identità trascinano lo Stato in guerre culturali. Di conseguenza, il concetto stesso di cultura è cambiato” (Benhabib, 2002). Con il concetto di cultura anche quello di identità è cambiato.

L'”identità” ha assunto ora un significato più sociale, più “politico”, più “culturale” che nel passato. E’ rivendicata da infiniti gruppi, dai cittadini inglesi originari del Bangla Desh che difendono la loro “identità” asiatica ai gruppi fondamentalisti islamici che lottano per mantenere pura la loro “identità” musulmana fino a quei partiti politici che in Italia (come in altri paesi) hanno fatto del “recupero” dell'”identità” una facile parola d’ordine. Persino i reiterati inviti del sommo pontefice a riaffermare le “radici” cristiane sono un segno dell’ubiquità del tema identitario in un’Europa che considera la candidatura della Turchia come membro dell’UE.

Non è possibile ora parlare del “sé” ignorando il contesto globale in cui la questione dell'”identità” viene posta: il rapporto tra “identità” e “cultura” è all’ordine del giorno. Sul modo di concepire la “cultura” si aprono, agli psicologi come agli altri studiosi di scienze sociali, due strade. Da una parte quella che vede la “cultura” come un marcatore di appartenenza gruppo che definisce chi è dentro e chi è fuori. In questa concezione i gruppi (o “culture”, o “comunità” o “etnie”, come vengono talora definite le aggregazioni immaginate da chi segue questa strada) sarebbero entità omogenee all'”interno” e chiuse all'”esterno” da barriere rigide di carattere morale, religioso e sociale. I membri del gruppo che attraversano le barriere rischiano la contaminazione sul piano morale e rituale, l’eterodossia o persino l’apostasia sul piano religioso, la rottura dei legami con il proprio gruppo sul piano sociale.

(continua)

0 risposte

  1. Ti parlerei di “identità” dopo aver trascorso esattamente 8 ore in mezzo a 12 squadre di calcio, composte da bambini dai 5 agli 8 anni che si fronteggiavano in un torneo…

    Sugli spalti i parenti.

    Liz

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