Mi capita per le mani La verità è che non gli piaci abbastanza. Lo vedo, e penso che forse sarebbe anche interessante analizzarlo. Proprio per la sua fragilità narrativa e il suo appiattimento verso la televisione che mi fanno risuonare sinistre sensazioni. Alla fine del film – con tanto di star nel cast – concludo che la novità è che adesso le comedy non le sanno fare più nemmeno loro, gli americani. E decido di non dedicare alla cosa nemmeno una radiografia perché alla fine credo che siamo stufi.

Stufi di storie mal raccontate, lesionati nelle capacità percettive per esempio dei tempi narrativi: impazienti nelle attese e insoddisfatti nella velocità. Come si trova una misura narrativa oggi ? Normalmente insegno che i famosi tre atti sono ormai sostituiti – per alcuni – da sette piccoli atti di un quarto d’ora l’uno. Cambiano un po’ gli accenti, il film ha più cadenze, più ritmo, e in qualche modo sta nei palinsesti televisivi tarato con i tempi degli inserzionisti pubblicitari.

Posso dire ? Che noia. Forse abbiamo bisogno di storie meno evidenti, meno clamorose,  meno strutturate. Abbiamo bisogno di normalità, e quindi di verità, di personaggi che rispetto alle roboanti impalcature dei film americani siano appunto sottolivello, come dice l’amica Sabrina. Che trovino la felicità in una vita normale.

Non so dove possa portare questo discorso. E confesso un filo d’ansia nel caso in cui mi trovassi ad abbandonare una logica che oggi è distorta ma che ha le sue radici in Aristotele. Rimangono alcune cose, però. Rimane che in una storia mi devo riconoscere, altrimenti non mi interessa perché non mi riguarda. Per riconoscere non intendo identificare: non sono mai stato in un hotel completamente vuoto per tutto l’inverno con la mia famiglia, ma se vedo Shining sento dentro di me il percorso emotivo in modo molto chiaro.

Rimane che se è vero che esistono 37 strutture profonde narrative, dalle quali si possono ricavare infiniti plot, è comunque evidente che sono i personaggi quelli che non finiremo mai di raccontare. Sono gli esseri umani ad essere sempre più ricchi, imprevedibili e insondabili. Ecco perché La verità è che non gli piaci abbastanza è deludentissimo: perché affronta una commedia romantica dimenticandosi del cuore dei personaggi, appiattendo ogni interiorità sotto le righellate del timing e dei punti di svolta. Posso ripetere ? Che noia.

Poi vedo The Wrestler. Leone d’oro proprio un anno fa. E anche se nei modi stropicciati e sofferti della regia di Darren Aronofsky, la struttura è solida, classica e potente. La storia non è nuovissima – appunto – e il percorso abbastanza prevedibile. Però Mickey Rourke ci mette la faccia e il cuore, e risolleva dall’interno con qualcosa di veramente speciale un film che sarebbe abbastanza canonico – riprese a mano incluse. Però vuol dire che è possibile dare ancora senso alle storie raccontate con un inizio uno sviluppo e un finale.

Solo abbiamo bisogno di ritornare in contatto con noi stessi. Di guardarci dentro e ricominciare ad essere sinceri. Abbiamo bisogno di smettere di produrre i film per i festival, per la critica, per il pubblico che si vuol tener bestia perché più redditizio… abbiamo bisogno di riavvicinarci a noi stessi, e di farlo raccontandoci in modo semplice e chiaro. Con le parole che ci vogliono. E con i silenzi di cui abbiamo bisogno per capirle.

Sottolivello sa di rinuncia. Ma non lo è, Sabrina ha ragione. E’ il livello che è andato troppo su e adesso non somiglia più alla vita: storie inutilmente adrenaliniche, sovrastrutturate, piene di seduzione verso il pubblico… basta. Non ti viene più voglia di raccontare, perché diventa una mera questione di prodotto. E quando scrivi una commediola sentimentale come La verità è che non gli piaci abbastanza questo viene fuori in un modo impietoso.

Forse bisogna tornare a guardare la gente, in silenzio. La moltitudine degli uomini e delle donne pieni di senso, pieni di storie.

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  1. SOTTOLIVELLO 1

    L’uomo col cappello ha occhi, viso e mani da bambino.
    Il suo italiano è perfetto, compito, ha un lievissimo accento appena percepibile.
    Mi spiega che ha difficoltà a riposare. Che ogniqualvolta si addormenta c’è qualcuno che lo sveglia.
    «C’è un ragazzo che urla» mi spiega «sente quando mi addormento, lo capisce perché mi sente russare e si mette a strillare».
    L’uomo col cappello mi guarda con i suoi occhi piccoli. Ha una polo turchese chiaro. Ha uno zaino beige.
    «Allora io mi metto a leggere.» prosegue «Leggo di tutti posti che volevo visitare, ma ormai sono troppo vecchio… Però, guardi, qui nello zaino ho tutto il programma, tutto il percorso. Volevo farlo con le ferrovie, vede, tutto in treno».
    L’uomo col cappello mi spiega che viene da una famiglia borghese e che «una volta, certe cose, in una famiglia borghese non si potevano dire».
    Mi racconta il quartiere dov’è cresciuto e dove lui «era strano e passava tutto il giorno chiuso in casa a studiare». Mi racconta il padre funzionario stimato e la madre che gli consigliava di offrire le sue sofferenze a Dio. Mi racconta il primo ricovero nella clinica dell’insigne professore che disse: «Sono tutte fantasie. Non c’è niente di reale» all’accorata domanda dei suoi genitori: «Ma c’è qualcosa di vero? C’è qualcosa di vero?».
    L’uomo col cappello è lì davanti a me. Lo guardo e vedo il ragazzo che urla chiuso nel corpo del vecchio. Urla ancora, dopo tanti anni. Non smette di gridare. Quasi lo sento.
    «Io le credo» dico guardandolo negli occhi da bambino.
    «Vede» dice lui «in una famiglia borghese, certe cose, non si potevano dire. E questa è la nostra città».

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