In accordo con un altro gruppo di giovani creativi IED, condividiamo un nuovo laboratorio che ci ha aiutati a riflettere su alcuni meccanismi della nostra scrittura, che sono quasi congeniti e pertanto difficilmente riconoscibili e osservabili, e che rischiano di limitare la nostra libertà di espressione e di scoperta. Per ora limitiamoci a leggere questo brano tratto da “La Notte” di Elie Wiesel. Come per il testo ANSA, rimaniamo in ascolto delle emozioni e delle riflessioni che muove dentro di noi senza giudicarle. Diamoci qualche giorno così, l’intensità del testo chiede davvero del tempo.

 

    “Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi!

    L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si sentì più parlare.

    Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.

    Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi.

    Le S.S. sembravano più preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.

     Il Lagerkapo questa volta si rifiutò di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono. I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.

    – Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

    – Dov’è il Buon Dio ? Dov’è ? – domandò qualcuno dietro di me.

    A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.

Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

– Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.

– Copritevi!

    Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…

    Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

    Dietro di me udii il solito uomo domandare: – Dov’è dunque Dio ? 

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è ? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…

Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.”

 

Buona riflessione.

 

 

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